Parteciperò
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rivoglio il mio mondo di parole,
nei meandri umidi di troppa solitudine
potrebbe anche sbocciare un fiore,
ma subito appassirrebbe,
soffocato dal rombo di un silenzio,
assolo per urla a bocca chiusa.
Senza vedere attraverso ad un solo orizzonte,
rivoglio il mio mondo di luce,
disperso tra arcobaleni di buio,
che i soli pensieri senza forma e senza sfogo,
proiettano sul muro dell’indifferenza.
Rivoglio il mio mondo di suoni,
dopo i ritmi sordi di tromboni senza ritegno,
delle cornamuse della sera,
nel pasticcio di melanzane di mille proclami televisivi.
Nella sera della ragione ascolto i gemiti di passati rancori.
Senza se e senza ma
rivoglio completarmi nel senso dei sensi,
come una mano di bimbo colorata,
disegnare ghirigori su di una tela immacolata.
Arcobaleni di sensazioni dal tavolino di un caffè,
intorno bianca pietra d’Istria del mare il riverbero diffondere,
sotto lo sguardo complice
di Micheze e Jackeze.
VORTICI
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Vortici.
come turbini di pensieri,
impregnati di vento
fuggono centrifughi
a questo mondo presente,
a questa brama di occupare
ogni umano empireo
col nulla sofferto,
ad Arroganza offerto.
Vortici di pensieri
come turbini di ricordi,
effimeri si disperdono
nelle ampie anse del tempo.
Ovunque impera monetaria ignoranza,
nel senso del dovuto prezzo
cui nulla è affrancato.
Etichette.
Uomini come merci da piazzare,
storie piegate
da decisioni di imbiacati saccenti.
Assurde.
Realtà del pensare positivo,
per nascondere il senso vero
del nostro ancora umano percorso,
verso che meta non indicare.
Guidare masse inutili
di schiavi nuovi del sistema
pronti anche il proprio respiro a pagare
privatizzato in nome di un progresso,
che senso non ha,
se non nel sommare averi su averi
comminando in basso altri nuovi doveri,
ma senza pensieri, sorridendo al sole che nasce
al cielo al tramonto
alle bocche cucite
ai pensieri legati
dai lacci del settario volere,
senza fede e senza colore,
solo per avere,
potere.
Luna moderna dell’attesa.
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aspetto te, luna, segno di donna
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Di caldo e mosche un’immagine,
luglio altrove.
Tra ricche natiche equestri una coda di crine
ritmicamente,
scacciare.
La volpe nella sua tana sicura.
La volpe al di là del fossato
frusciante
di rinfrescante acqua piovana,
scrosciante.
Campagna verde come i piselli surgelati verdi oltre.
Campagna inglese.
I bianchi destrieri signore e signori portare.
Sembrano i cavalli intenti a parlare,
gli uomini a nitrire.
E’ solo un quadro,
fortunatamente non si vedono ancora i cani,
ma il gentiluomo intento a starnazzare una cornetta al cielo,
ha una faccia da bracco,
quell’altro vicino su di un nero destriero,
il lungo mento come il naso di un levriero.
Volle l’artista vendicarsi o chissà,
ma cotale nobiltà
appare deforme e grottesca,
l’unica seria, la lontana volpe
a riposar tra l’erba fresca.
Maurizio Clicech.
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lontano, perduto forse,
nel “ non ho nulla da dire “,
ormai,
come in ogni mia ora,
posso solo subire,
volontà aliene ai miei giorni,
varcare le tenebrose soglie,
dei miei quotidiani inferi,
interferendo coi passi lenti,
che forzo per evitare
la corrente di tragici secondi,
uno sull’altro a seguire,
nel regolare scorrere del tempo.
Controcorrente,
movimento rattrappante,
cronografo dalle troppe complicazioni,
inceppo pensieri in ruote dentate,
scappamenti di sapere.
Altrove,
pensieri di neve alterati decidono,
in forse la logica,
lasciata saggezza nei polverosi scaffali,
di abbandonati scritti
di polvere e fatica avvinti.
Non ho più nulla da dire,
come in ogni mia quotidiana tenebra,
non posso far altro che subire.
Lampi di stelle,
il previsto futuro lasciare,
nei viandanti crocicchi senza luna,
le mie strade,
tutte le mie strade inesorabilmente incrociarsi,
all’infinito desco,
dell’economica supponenza.
Non sapendo,
che gli orchi adorano,
una cravatta di seta.
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Come il tempo scorre nelle attese.
Certo di sapere,
di volere e ancora cercare,
certo di accarezzare del mio tempo le ali,
sfoglio immagini,
dei ricordi i volti.
Echi di una storia ancora cronaca,
sofferenze ancora uguali e gioie,
e sentimenti, affetti,
nel tutto gridano,
voce dei miei girotondi sempre bambini,
gli occhi al cielo sognando il domani.
Volgo stigmate di azzurro verso l’abisso,
che ingoia quei volti e li trasforma in ricordi,
nel nero riflesso dei miei occhi,
in una pozza di vita innanzi ai nostri passi.
Girarsi grati dal nuovo percorso,
e salutare,
a chi gratitudine devo esprimere,
alle loro,
eterne,
memorie.
Maurizio Clicech
IL VIAGGIO DI MAURIZIO MASIERO
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inizia così
quello che vuoi
dire
Spararsi viaggi in auto mentre la musica ti entra dentro
con il volante in mano e la follia nella mente
che radica ogni volere
che imprime solo realtà
Nascosto dalla sollecitudine del dover creare qualcosa di grandioso
benevolo
perfetto.
Invisibilmente terapeutico
La messa in opera è sostanziale
eccellente
Sono momenti
Solo momenti
PROGRESSIONI.
Sudori che suonano e avvolgimenti che liberano
dalla puzza a cui sei abituato
dal martirio cui sei proposto
legittime ed infinite materialità donateci per conto terzi
come esporre effimere novità di aspiranti liceali
che si impegnano
e ce la fanno.
Maurizio Masiero
ANCORA L’INQUIETO MASIERO, GRANDE!
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mi mandano in confusione
dicendomi
che mi gradiscono
E’ così scoppia
il mio lamento
e così che lascio nascere
coi piedi rivolti, ignaro agli sberleffi
supponendo che sia in versi
la mia pervasione dell’inutile unione
che da sempre
cerco d’allietare.
Non cerco blasfemi
nè preservativi che ne parino le fuoriuscite
solo peccati
che non abbiano necessità
di confessione
IPERLOGICHE usate con setacci e passini.
Perchè mangiarsi le godurie?
Solo per un disturbo che altrui persone designano per legge?
Solo per te?
Gradirei una o due efferranti novità
Preferirei che la congestione avvenisse in tanti
Maledirei l’alba che non vedrei
ma devo partecipare
anche stanco, logoro e a pezzi
INQUIETO E GRANDE MASIERO
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che
Inspiegabile
T’arrocca per non farti friggere
e
maleodorante
Renda il tuo vagare
Quasi quasi come una spremuta d’alcova
Perpetuamente pensile
logora e inaccessibile
Giacchè sensibile al minimo ristagno
Giacchè sensibile al minimo riassetto
Sei Sporca o di purità composta?
Ti senti eterna o passeggera?
Silvia TU Sei brama del sapere
Silvia tu SEI brama del sapore
L’occhio che hai fisso dell’avventura
Come solo nei sogni imputa la sua voglia
Veniale forse magari macchinosa
Ti prende il naso e lo schiaccia come fossi una forestiera
Poi se lo mangia dicendoti
Che non sei vera
Ma tu
che il DOLORE
Lo senti davvero
Gli sputi in faccia la sua seccante saliva
Lo denigri
prendendolo ai piedi con arguti pensieri
e lo siedi
perforandogli l’anima
non necessariamente tramite la tua bellezza
non necessariamente grazie al tuo splendido corpo
così salino
così fantasioso
La tua vita è una poesia
che s’intrattiene tra le pieghe del tempo
addomesticandolo
portandogli compagnia.
Siamo NOI che lo dobbiamo fare
SIAMO NOI I VERI AMICI DEL NOSTRO TEMPO.
Maurizio Masiero
OGNI TEMPO DELLA VITA
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senza chiederne dell’altro
sbatte addosso a quell’altro che se ne è andato
Lui gli trasmette solo sussurri
i cavilli che ha distinto su onde da mercante
sbalza i coriandioli colorati dal lerciume
te li pone in mano
te li fa saggiare
Non v’è niente mai da scordare
Troppo bello
e
troppo estasiante
è
Vivere
Vivere Ancora.
Maurizio Masiero








